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Lunedì 16 Gennaio 2012 10:13
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Una "bule" in Indonesia

  • Scritto da  Giulia Burato
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Una "bule" in Indonesia

Fin dai primi mesi della nostra relazione era stato messo nero su bianco: se io e Jon volevamo costruire un futuro insieme, prima o poi saremo andati a vivere in Asia.

Quel suo mondo a me così diverso, così misterioso e così sconosciuto, dove lui è cresciuto pur viaggiando con passaporto italiano, mi sembrava ancora solo una meta di qualche settimana di vacanza, ma non sapevo che le circostanze ci avrebbero portato lì prima del previsto. Neanche il tempo di celebrare con amici e famiglia il titolo di Dottoressa, che mi ritrovo con un open ticket Italia – Indonesia, a cercare un impiego in un paese straniero dove non conosco la lingua.

Prima di visitare l’Indonesia, la mia idea di Asia era uguale a occhi a mandorla, Buddha e monaci con la tunica, bacchette di legno come posate, e simboli indecifrabili al posto dell’ABC. E’ stato scioccante arrivare la prima volta nel 2009 in Indonesia e scoprire un’Asia sconosciuta, un mondo a se, per certi versi inclassificabile tra gli stereotipi occidentali. Con grande stupore ho appreso che, solo i “chindo” (indonesiani di origine cinese) hanno gli occhi a mandorla; il 90% della popolazione è musulmana e questo fa dell’Indonesia il più grande paese islamico al mondo. Abitualmente per mangiare usano cucchiaio e forchetta ma per i piatti tradizionali sono d’obbligo le mani e la loro lingua penso sia tra le poche nel sud est asiatico ad avere caratteri latini. Rimangono comunque evidenti certi caratteri tipici asiatici. In primis il traffico nelle strade e l’impressionante numero di motorini che sfrecciano ovunque, spesso senza casco e con fino a cinque persone per scooter; dopodiché’ i centri commerciali immensi, aperti dalle 10 di mattina alle 10 di sera, 7 giorni su 7 e 365 giorni all’anno, per ogni gusto e classe sociale; e infine l’infinita povertà di cui è schiava più della metà dell’intera popolazione che contrasta o, se preferite, completa l’immensa ricchezza che è in mano a pochi privilegiati. Molte volte capita a tutti di vedere per le strade della propria città i cosiddetti barboni o zingari, spesso extra comunitari che scappano dalla proria patria o persone che hanno perso la fede in se stessi, che chiedono l’elemosina e vivono “sotto i ponti”. La cosa che però mi ha più fatto riflettere è come in Indonesia siano i cittadini stessi a vivere nella povertà e a dover chiedere l’elemosina ai propri concittadini benestanti e agli “immigrati occidentali”. Buona parte delle donne partorisce in casa, e moltissimi bambini ancora oggi non hanno un certificato di nascita. Nelle risaie nell’isola di Lombok è stato emozionante assistere ai bambini litigare gli uni con gli altri per ricevere dai turisti penne e caramelle; oggetti scontati nelle case delle nostre famiglie ma preziosi e rari nei villaggi dei contadini indonesiani. Molte persone a questo punto potrebbero pensare che sia una ragazza un po’ ingenua e tonta, in quanto è risaputo che il sud est asiatico sia una parte del mondo in cui la maggior parte dei paesi sta assistendo a uno sviluppo economico notevole, ma gran parte della popolazione vive ancora in condizioni misere. In realtà questa mia riflessione penso sia degna di qualche riga perché chi non ha ancora visitato e visto con i propri occhi questi paesi, ma è abituato a viaggiare in destinazioni con caratteri “occidentali”, non penso sia grado di dare una giusta definizione alla parola povertà.

Nonostante questa situazione sociale, l’Indonesia e i suoi abitanti si sono svelati dei calorosi e magnifici padroni di casa. Gli indonesiani amano i “bule” (letteralmente in indonesiano “albino”), gli “stranieri bianchi”; farebbero di tutto per diventare come loro, sognano il loro stile di vita, vanno pazzi per le celebrità, e se ne inventano di tutti i colori per schiarirsi la pelle. Ebbene sì, noi non vediamo l’ora che sia estate per prenderci una bella tintarella, loro si comprano lo scrub per fare diventare più bianca la pelle. Appena gli dici che vieni dall’Italia poi diventano matti e cominciano ad elencare tutte le macchine, il cibo, le squadre di calcio, e i calciatori italiani che conoscono. Tutto questo può suonare strano visto che 9 persone su 10 sono di religione islamica e viste le recenti proteste contro l’arrivo di Barack Obama a Jakarta per l’APEC; ma da mia personale esperienza, buona parte di questo paese è islamico moderato e di aperte vedute. Moltissimi praticano la sholat (preghiera) cinque volte al giorno, molte donne girano con il velo per propria decisione, alcune non mostrano mai in pubblico gambe e braccia, e certi uomini hanno più di una moglie; ma ho anche conosciuto gay che si dichiarano musulmani, e ragazze col velo che in vacanza con gli amici più intimi mostrano la loro bellissima chioma nera e indossano minigonne, o che darebbero tutto per poter passare una sera in discoteca. Ho imparato a rispettare ciò che può sembrare incomprensibile, come il fatto che una donna non possa pregare cinque giorni al mese perché considerata impura, e apprezzare ciò che nella nostra cultura sembra dimenticato, ovvero la vera fede e l’orgoglio di praticare la propria religione, mentre al giorno d’oggi i giovani hanno vergogna a mostrare di credere in qualcosa, perchè sembra fuori moda.

Dopo quattro mesi, il mio quadro di quest’affascinante paese rappresenta l’intreccio di diverse culture e linee di pensiero: l’influenza araba e medio orientale dell’Islam; le origini induiste che ancora lasciano il segno, soprattutto nell’isola di Bali; e il consumismo occidentale segnato dall’arrivo e dominio sul mercato di multinazionali, che hanno pero allo stesso tempo permesso la crescita economica del paese.

Prima di partire amici e parenti mi invidiavano il fatto di andare in un paese caldo, mi immaginavano sulle spiagge bianche con palme di cocco e mare cristallino. Tutto cio’ esiste in Indonesia ed e’ un paradiso, ma io purtroppo sono finita all’inferno! Il passaggio da una piccola cittadina di origini romane con poco piu di 250.000 residenti, quale Verona, a una metropoli asiatica di 8 milioni e 500 mila abitanti che e’ Jakarta, puo’ risultare un po’ traumatico per chi non sopporta nemmeno il caos di Milano. Inoltre una volta che ti adatti al clima equatoriale (l’equatore passa proprio su Sumatra, l’Isola confinante con Java), non desideri altro che aria condizionata a 18 gradi e ti sembra un supplizio dover stare sotto il sole! Tutta un’altra storia pero appena si esce dalla capitale. L’indonesia e’ un gioiello, un tesoro nascosto che ancora pochi per fortuna hanno scovato. Il paese e’ formato da migliaia di isole, ovviamente tra le piu grandi e conosciute ci sono Java, Sumatra, Bali, Lombok, Kalimantan, ma ne esistono anche moltissime altre, di misura piu ridotta, ancora in via di sviluppo. Le risorse naturali e culturali di queste terre sono paragonabili a poche altre destinazioni. Spiagge magnifiche, vulcani attivi, templi e moschee mozzafiato, flora e fauna uniche e rare, tra cui il fiore piu’ grande del mondo, l'amorphophallus titanum , e il drago di Komodo, l’unica lucertola che puo arrivare fino a 3 metri di lunghezza; per citare solo poche delle meraviglie di questo arcipelago. Sfortunatamente per questioni di tempo e condizioni climatiche (da ottobre iniziano i monsoni quindi la pioggia e’ imprevedile), non ho potuto visitare tutti i posti dove mi ero proposta di andare. Ho avuto l’occasione di un long weekend a Lombok giusto durante le vacanze di Lebaran (festivita’ alla conclusione del mese di Ramadhan); un’isola stupenda, ancora molto selvaggia, e per pochi turisti privilegiati. Paesaggi e panorami unici, spiaggie bianche infinite, risaie e coltivazioni di tabacco, chilli, cacao che colorano le pianure e le colline; il vulcano Rinjani che domina l’isola; pescatori e agricoltori che pur vivendo nella povertà sembrano le persone più felici del mondo. Tra i luoghi piu’ belli che ho mai visitato. Sono sicura che esistano moltissimi altri posti in Indonesia in grado di regalare queste forti emozioni, e questa e’ una motivazione in piu’ per tornare in futuro da vera turista. Lo scopo principale del mio viaggio infatti e’ stato quello di fare un’esperienza lavorativa.

Quando sono partita non avevo ancora cominciato a cercare un tirocinio; e’ stato deciso tutto talmente in fretta che mi sono detta, al peggio torno a casa. Il primo di Agosto sono atterrata a Jakarta e il 22 ho iniziato la mia avventura in un’azienda di market research. Ho avuto la grande fortuna di avere sempre un appoggio significativo  in Indonesia, in quanto siamo stati ospitati dai genitori del mio ragazzo che sono fissi a Jakarta per lavoro da quasi tre ani, e ci hanno quindi agevolato in molte cose. Tra queste, suo padre ha passato il mio curriculum a colleghi e amici, che a loro volta hanno informato amici e conoscenti; cosi’ da un giorno all’altro mi arriva una richiesta di colloquio, che il giorno seguente finisce con un “see you on Monday”. E’ stata una gran bella soddisfazione dare questa notizia ai miei genitori, li sentivo cosi fieri di me; hanno sempre creduto nelle mie capacita’ e soprattutto mi hanno sempre spinta fin da adolescente a fare esperienze all’estero, ponendo molta fiducia in me. Sebbene molti sostengono ancora che una laurea non e’ essenziale nel mondo del lavoro, posso assicurare che aiuta molto, e soprattutto se si vuole trovare lavoro in un paese dove e’ necessario il “work permit” e’ fondamentale. In molti paesi del Sud Est Asiatico, infatti, il governo giustamente ha posto una legge che regola i lavori che i “bule” possono fare; le aziende devono dimostrare che lo straniero ha delle capacita’ e delle competenze che non si possono trovare facilmente tra la forza lavoro locale; in questo modo non vengono “rubate” le possibilita’ di lavoro alle persone del posto. Pur non conoscendo la lingua indonesiana, i miei colleghi erano molto entusuasti della new entry “bule”. Tutte le grandi aziende a Jakarta, inoltre, lavorano anche in inglese, per questo motivo non ho avuto difficolta’ a inserirmi nell’ambiente e a legare con loro. Purtroppo io non mi sono neanche sforzata molto ad imparare la lingua indonesiana, in quanto sapevo già che dopo tre mesi sarei tornata in patria per poi ripartire quasi subito per Bangkok; con la prospettiva di dover imparare il thai: mi sono quindi risparmiata il bahasa indonesia, a parte qualche nozione fondamentale di sopravvivenza!

Essendo l’unica straniera a lavoro ho avuto la possibilita’ di trascorrere molto tempo con la gente del posto, e tra i colleghi ho trovato anche dei veri amici, in particolare un paio di ragazze anche loro laureate da poco e pressapoco della mia eta’. Ho avuto modo di confrontarmi con il loro stile di vita, con il loro modo di pensare e le loro abitudini; il mondo “occidentale” era cosi’ affascinante per loro, e i loro costumi cosi misteriosi per me, che abbiamo trascorso intere pause pranzo e qualche cena dopo lavoro, a raccontarci storie ed esperienze del passato, e sogni e desideri per il nostro futuro.

Penso che questa opportunita’ di lavoro sia stata determinante per la mia esperienza all’estero, non solo per quello che ho imparato sul market research, ma soprattutto per conoscere e capire una cultura allo stesso tempo diversa ma affascinante.

Viaggiare e visitare da turisti nuovi posti sicuramente arricchisce ogni persona, nessun viaggio può però dare le stesse emozioni di vivere e inserirsi in una società, riuscire ad adattarsi a un diverso stile di vita, e capire gli usi e i costumi di un altro paese; un’esperienza stimolante e che di certo mette a dura prova anche gli spiriti più avventurosi, ma in cambio regala ricordi unici e insegna lezioni di vita importanti.

Giulia Burato

 

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Ultima modifica Venerdì 24 Febbraio 2012 18:22
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