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Martedì 31 Gennaio 2012 17:34
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Il mistero delle Auroras

  • Scritto da  Redazione
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Il mistero delle Auroras

Era il 1792. Il veliero spagnolo Aurora, galeone di collegamento fra la Penisola Iberica ed il suo impero coloniale, stava navigando nell'Atlantico meridionale quando fu sorpreso dalla tempesta.

Scoperta e Avvistamenti

La furia del vento lo spinse fuori rotta di molti chilometri, fin nel mezzo dei “cinquanta urlanti”, acque perennemente in burrasca con onde alte oltre 10 metri e raffiche di pioggie mista a neve e ghiaccio. Mentre la nave era in balia dei cavalloni e le vedette tentavano di scorgere se fra le fitte nebbie si nascondevano iceberg distaccatisi dalla banchisa, all'improvviso uno squarcio fra le nubi:  il vento si attenuò e le onde si calmarono, un cielo azzurro e limpido apparve ai loro occhi, che sembrava confordersi col mare ed una terra sconosciuta ed inaspettata. Superato il primo stupore, l'equipaggio, stremato, notò che si trattava di un gruppo di isole, che il capitano battezzò col nome della nave: “las Auroras”. Nessun atlante infatti le riportava né alcun navigatore le aveva mai segnalate. Ma non c'era tempo per accostare e sbarcare, perchè il mare si stava di nuovo agitando, quasi fosse geloso dei suoi segreti. Nessuno a bordo desiderava quindi rimanere in quelle acque e, dirigendosi verso latitudini più clementi, ben presto vide le isole scomparire alla vista, inghiottite dall'orizzonte come un miraggio.  Non era quello il primo avvistamento, ma l'ultimo di una lunga catena di scoperte – e successive scoparse – durante la ricerca della “Terra Australis Ingognita”, iniziata nel 1520 quando Ferdinando Magellano, attraversando lo stretto che porta il suo nome, aveva osservato una terra misteriosa che aveva chiamato Tierra de los Fuegos (Terra del Fuoco) perchè la notte brillavano i fuochi degli indigeni, pensando fosse la propaggine settentrionale del mitico continente australe ipotizzato già dal grande Tolomeo, nel II secolo d.C. Poi, nel 1577, il corsaro inglese Francis Drake ripetendo l'impresa, fu respinto verso sud, riuscendo a scorgere, nell'infuriare della tempesta, un'altra terra ancor più meridionale della Terra del Fuoco: probabilmente le Isole Diego Ramìrez, un minuscolo arcipelago sperduto poco a sud di Capo Horn, ma allora ogni notizia di avvistamento di terre, in quei mari veniva interpretata come un altro tassello del mosaico formante la Terra Australis Incognita. Un filosofo direbbe che gli uomini non credono in ciò che vedono, ma in ciò che vogliono vedere, in ciò che meglio serve a mantenere in vita i loro desideri più segreti, siano pur delle chimere. Tale fu il caso delle isole Emerald, Nimrod e Dougherty nell'Oceano Pacifico. Tale fu, appunto, il caso delle Isole Auroras.

Conferme e Smentite

Nel 1790 il destino volle che un'altra nave si trovasse in quelle acque remote, e avvistasse a sua volta le isole. Si trattava della Princess, appartenente alla Reale Compagnia delle Filippine, al comando di Manuel de Oyarvido, un uomo di mare più scrupoloso, o forse più fortunato del suo predecessore, che sebbene neanche lui si sentisse in grado di accostare per tentare uno sbarco ( condizione allora necessaria per una rivendicazione ufficiale di sovranità) rilevò accuratamente la posizione delle Auroras, trascrivendo tutto sul giornale di bordo che sottopose poi alle autorità competenti  di Madrid. Il materiale venne incluso in una scrupolosa relazione del 1809 che fornì la base per una ricognizione dell'arcipelago, quattro anni dopo, col preciso scopo di cartografarlo e verificarne le condizioni di approdo e di eventuale abitabilità e sfruttamento economico. Nel 1794 la corvetta Atrevida salpava alla volta delle Auroras, al comando del capitano De Bustamente. Uomo abile e competente, all'altezza del compito affidatogli e con il vantaggio  - rispetto ai predecessori - di non esser capitato in quei paraggi per un semplice caso, giunto in vista delle isole, che si trovavano proprio dove de Oyarvido le aveva indicate, relazionava "Eseguimmo tutti i rilevamenti necessari e misurammo con i cronometri la differenza di longitudine tra queste isole e il porto di Soledad nelle Malvine. Le isole sono tre: si trovano molto vicine e sullo stesso meridiano; il centro di una di esse è piuttosto basso e le altre due possono scorgersi a nove leghe di distanza." Queste le coordinate geografiche fornite da Bustamente:

Isola settentrionale: 52° 37' 24" latitudine Sud; e 47° 43' 15" longitudine Ovest;
Isola centrale: 53° 02' 40" latitudine Sud; e 47° 55' 15" longitudine Ovest;(22)
Isola meridionale: 53ー 15' 22" latitudine Sud; e 47ー 57' 15" longitudine Ovest.

Nessun cenno di entusiasmo dalle parole del comandante, che descrive le Auroras come  fredde e scure, parzialmente ricoperte di neve, esposte ai gelidi venti occidentali. Non era pertanto necessario l'atto formale di piantare la bandiera di Spagna, perché quelle isole sperdute nel gelo e nella nebbia non avrebbero mai potuto costituire una risorsa, bensì soltanto l'ennesimo pericolo per la navigazione. Occorreva riportarle con la massima cura sulle carte nautiche, per evitare che qualche nave, in futuro, potesse rischiarvi il naufragio, complice la foschia o l'oscurità delle notti sub-antartiche. Eppure le condizioni del mare  non dovevano essere poi così cattive, se era stato possibile effettuare i rilevamenti cronometrici con tanta precisione... 

Le Auroras stavano però per giocare una imprevedibile sorpresa: quella di scomparire per sempre. Dopo il viaggio della corvetta  Atrevida, furono viste soltanto due volte. Poi, più nulla. Il primo a rimanere beffato fu, nel 1822-23, l'illustre navigatore polare James Weddell, inglese, legato al rilievo delle Orcadi Australi, che desiderava ritrovare le Auroras e migliorarne ulteriormente la conoscenza. Era uno dei più provati marinai di quei mari ostili ed aveva la stoffa dello studioso. Sfruttando un inverno australe eccezionalmente mite, il 18 febbraio col brigantino Jane e con il cutter Beaufoy si spinse più a Sud di chiunque altro prima e battezzò quel vasto specchio d'acqua "Mare di Re Giorgio IV", ribattezzato poi col suo nome, nel 1900. Il desiderio di James Weddell di andare a fondo nella faccenda delle Isole Auroras andò, comunque, frustrato: nessun indizio di terra. Tuttavia volle esser certo di non trascurare alcuna possibilità e decise di tener conto di un largo margine di errore da parte di Bustamente, desiderando trovare un lembo di terra non ancora battuto. Ma nulla da fare: pareva che quelle isole, se pure erano reali, si fossero inabissate portandosi dietro il loro mistero. Ecco quanto scrisse malinconicamente nel suo diario di bordo, mentre rientrava verso Port Stanley: "Dopo aver esplorato con diligenza tutta la zona in cui si supponeva dovessero trovarsi le Auroras, conclusi che gli scopritori dovevano essere stati tratti in inganno dalle apparenze; ho ritenuto perciò ogni ulteriore ricerca in questo tratto di mare un imprevidente spreco di tempo; e …; ho fatto rotta verso le Isole Falkland."  E tuttavia, forse il capitano inglese era stato mosso da altre ragioni, meno "ufficiali" , per ostinarsi così tanto nella  ricerca delle Auroras. Il loro nome, difatti, da alcuni anni era associato a quello di un tesoro scomparso e questa diceria, o leggenda che fosse, ebbe un curioso influsso nella genesi di capolavori della letteratura  inglese, ispirando, fra gli altri, Edgar Allan Poe quando scrisse il suo unico romanzo completo “Le avventure di Arthur Gordon Pym da Nantucket, nel 1838."  Intanto la cartografia internazionale cominciava a trovarsi in serio imbarazzo per  il "comportamento" sempre più strano di quelle remote isolette: alcuni atlanti infatti le avevano accettate nella categoria delle realtà certe, come la Rivista Nautica britannica;  altri, invece, non condividevano questa sicurezza e, il mancato avvistamento da parte di James Weddell aveva inferto un colpo durissimo alla credibilità della loro esistenza. Inoltre da ben sessant'anni  mancavano altri avvistamenti certi e documentati.  Nel 1892 la nave Gladys del capitano B. H. Hatfield le avvistò e ne riconobbe la posizione con un notevole grado di accuratezza. Le sue osservazioni sembravano confermare i precedenti avvistamenti, chiarendo però che le Auroras non erano tre, ma un'unica terra dal profilo dentellato, e che compare una seconda isola; creando ulteriore perplessità poichè in contrasto con quanto riferito da Bustamente.

A questo punto finisce la storia delle Isole Auroras e comincia la leggenda: una di quelle che i marinai di un tempo si raccontavano nelle fumose taverne, nelle lunghe sere d'inverno, con un misto difficilmente separabile di credulità e scetticismo. Sceso il sipario  sul misterioso arcipelago, le Isole Auroras scompaiono dalle pagine degli atlanti geografici e delle carte di navigazione.

Scomparsa e Ipotesi
Isole fantasma?  Il caso delle Auroras rientra nella ricca casistica di isole che sono apparse e scomparse, di quando in quando, su tutti i mari, specialmente in quelli artici ed antartici. Solo nell'Atlantico meridionale, ci sono almeno altre tre "isole fantasma": Saxemberg, L'Isola Grande e Bouvet: le prime due eclissatesi come le Auroras; la terza, dopo un'alterna vicenda di smarrimenti e ritrovamenti, "rimasta" definitivamente.
Come si spiega, dunque, il "fenomeno Auroras" ? Queste alcune delle ipotesi, con i relativi pro e contro:

Errore di rilevamento. E' la più semplice e naturale delle spiegazioni. Il mare agitato, le nebbie, la strumentazione difettosa, il poco tempo a disposizione possono aver falsato il rilevamento delle coordinate geografiche, specie al tempo della navigazione a vela. Però resta il problema di dove "spostare" le isole identificate come le Auroras ed in quali altre isole esistenti  identificarle. Gli unici possibili "candidati" sono gli Scogli Shag: troppo piccoli e troppo deviati nella posizione. Hatfield infatti aveva riconosciuto un'unica isola e una seconda, più piccola, a dieci miglia: come è possibile quindi scambiare semplici scogli con vere isole? 

Confusione con gli icebergs. Anche questa è una spiegazione semplice e quasi ovvia, data la latitudine. Vi si oppongono però due considerazioni. La prima è che il diario di bordo del capitano Hatfield, afferma che le colline non mostravano traccia di neve (a maggior ragione, ghiaccio). La seconda è che gli icebergs non restano  "ancorati" negli stessi luoghi, ma, si spostano con rapidità, trascinati dalle correnti e, almeno due relazioni, localizzano le Auroras nella stessa posizione: un gruppo di icebergs che rimane “fermo” per un secolo?

Miraggio. In particolari condizioni atmosferiche è possibile vedere cose che non esistono. Il riflesso del cielo e delle nuvole può ingannare la vista, mostrando all'orizzonte marino terre inesistenti. Strana, però, la circostanza che diverse navi, in tempi diversi, siano state vittime dello stesso miraggio, nel medesimo luogo. 

Frode volontaria. E' esclusa. Non si tratta di vaghi racconti di balenieri, ma di  relazioni di autorevoli comandanti di diverse marine, sia da guerra che commerciali, con un resoconto ufficiale della Società Idrografica spagnola. La buona fede degli interessati è del tutto fuori discussione.

Suggestione mitologica. Il mito dei paesi leggendari, diceva Thévenin, è antico quanto l'uomo, poiché creato, inconsciamente, dalle sue stesse aspettative. Se questa interpretazione può ammettersi per paesi vasti e attraenti, come la Terra Australis Incognita, ben difficile è applicarla alle Auroras, che, di attraente, non avevano che il nome: unanimemente descritte come desolate e inospitali. Inoltre, qui ci troviamo in presenza di una serie di avvistamenti e ricognizioni puntuali e ben documentate, alcune delle quali condotte con criteri rigorosamente scientifici e da personale di marina altamente qualificato. Anche questa spiegazione, dunque, appare senz'altro insostenibile.

Inabissamento di isole vulcaniche. La letteratura scientifica documenta non pochi casi del genere. La cosiddetta Isola Giulia o Ferdinandea, emersa nel centro del Mediterraneo nel 1832, prima di inabissarsi o l'isola polinesiana di Falcon, nell'arcipelago delle Tonga "Sorta nel 1877-78 sul luogo ove era prima un banco sottomarino, elevatasi fino a 75 m. sul mare, poi distrutta interamente dall'erosione marina; riformatasi nuovamente e scomparsa ancora e risorta nel 1927, in seguito ad una violenta eruzione. Un caso ancor più recente, e documentato dal vivo da scienziati e fotografi è quello dell'Isola Surtsey, emersa mediante un'eruzione vulcanica sottomarina, 33 chilometri al largo della costa meridionale dell'Islanda, nel 1963, oggi pienamente consolidata, dove la vegetazione  ha  rivestito le pendici, a pochi anni dal raffreddamento della lava. Può essere stato, questo, anche il caso delle Isole Auroras? Una serie di eruzioni vulcaniche potrebbero averle spinte su dal fondale marino, per poi farle riemergere mano a mano che i marosi le assalivano con estrema violenza, sgretolandole, in una lotta titanica fra gli elementi della natura? Stando ai rilevamenti sottomarini, è accertata l'esistenza di una dorsale sottomarina, di origine vulcanica, che collega la piattaforma continentale sud-americana (su cui giacciono le Isole Falkland) con la Georgia Australe ed oltre, passando per gli Scogli Shag. Essa costituisce, in effetti, la catena sottomarina principale collegante la Terra del Fuoco con la Penisola  Antartica e descrive un vasto arco rivolto ad Est dello Stretto di Drake: la grande "Cintura di Fuoco dell'Oceano Pacifico", il maggiore sistema vulcanico dell'intero pianeta terrestre. Una regione tettonicamente giovane, instabile, soggetta a fenomeni geologici d'imprevedibile portata. 

E' questo, dunque, il segreto delle Isole Auroras? Furono create e distrutte alternativamente dalle forze endogene del Pianeta? E, in tal caso, possiamo aspettarci che un giorno o l'altro, riemergeranno d'improvviso, così come improvvisamente si sono inabissate? Certo, la spiegazione del sollevamento vulcanico sottomarino è, al momento, la meno inverosimile. Di qui, che possa rispondere a tutti gli interrogativi rimasti in sospeso, però, la distanza è ancora grande. I misteri della natura sono ancora ben lungi dall'essere stati chiariti in modo soddisfacente; o almeno buona parte di essi. La strada dell'umana conoscenza è ancora lunga e richiede umiltà e pazienza infinite. E a volte, anche un po di fortuna...

Fonte: Francesco  Lamendola


Ultima modifica Mercoledì 01 Febbraio 2012 15:46
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Pubblicato in Mistero
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